Archivio per gennaio, 2012

Dino

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 gennaio 2012 by Giorgio Cara

Dino. Dino nel suo letto, letto caldo, e caldo del suo corpo anziano, Dino giace laggiù, nella stanza della clinica.
Dino dorme, e sogna. Almerina, accanto a lui, giovane, amorevole, Almerina così bella che non l’ha mai capito sino in fondo.

Almerina, vicina al suo letto, non pensa a queste cose. Almerina ama, riamata, Dino.
Dino che dorme ora e che – che strano – sorride.

Dino si sveglia. Ode voci. Di là nel corridoio, lo riconosce, c’è Indro che parla con il sergente Tronk che a sua volta – se lo immagina – deve guardare smarrito, per la prima volta nella vita, la minuta presenza di Laide, Laide che, ne è certo, sta lì e tien la mano a Stefano Roi: si fanno forza quei due, poverini, così diversi, così entrambi fragili. Dino fa finta di non sentire, sentire la loro voce commossa, e il suono silente delle lacrime che composte scendono, scendono per lui.
Quant’è diverso questo posto, La Madonnina, dalle strutture asettiche dai sette piani della famosa casa di cura. Ma lui, si domanda Dino, è divenuto lui stesso un caso clinico per suscitare tanta commozione?

Suor Beniamina, nella stanza, scuote la testa. Lei a queste cose c’è abituata da tanto, e sa che Dino ha raccomandato di pregare per lui presso un Dio che però secondo lui non esiste, perché l’ha cercato tanto, questo Dio, senza trovarlo, poveretto. Ma che è pronto ugualmente, Beniamina lo sa bene, ad accoglierlo in tutta la Sua gloria. Sa che il Dottor Buzzati ha scritto una volta addirittura di un cane che aveva visto Dio, figurarsi se può respingere lui, il grande artista, pure se una volta le ha detto che non crede in Lui. Che poi da ultimo il Dottore ha dipinto tanti ex-voto a Santa Rita, le ha regalato quel bel libro che li raccoglie tutti. E può la Santa rimanere inerte di fronte a tanto?
Dove sei, o Santa dell’impossibile, si chiede Beniamina, stai intercedendo già adesso per lui?

Dino tutto questo non lo sa. Sente dei passi giù, fuori dalla finestra, e sa che è arrivato per lui il reggimento, quello che da tanto lui attende, e che è lì ad arruolarlo nei propri ranghi. E certamente in prima fila ci devono essere  i sette messaggeri, tutti parati e pronti a precedere l’arrivo del reparto.
Sa solo che cose strane, quante cose come quelle da lui descritte, da lui raffigurate possono avvenire quando è l’ora che si è aspettata così a lungo dalla culla e per sempre; l’ora grande solitaria, l’ora dell’eternità.

Dino non vede più ora, Dino non guarda ed è sordo, dorme di nuovo, dorme e sogna, sogna di morire. E fuori, di là del deserto e della montagna, di là del mare, oltre i suoi boschi, nella città reale – non l’inferno da lui immaginato, descritto, vissuto – nella città vera, lui veramente muore.
Mentre Giovanni Drogo e il Colombre e, nascosto nell’ombra che si annida anche in un corridoio ben illuminato, il Babau, tutti piangono per lui.

Dino si sveglia ancora, adesso.
Nella stanza vuota, oltre le finestre oltre tutto, inaspettata, c’è neve. Neve dappertutto.
Improvvisamente una tempesta furiosa, rabbiose folate di neve scuotono ed imbiancano la sua Milano, giù sino al suo davanzale della stanza.
E quanto vento, vento che certo viene dai più alti monti, che dalle Cinque Torri e dalle Tre Cime, dalle Pale di San Martino alla Croda da Lago, giù per la Vallunga e la Val Morel soffia giù giù verso la pianura ove lui giace in un letto. Quello stesso vento gelido delle vette silenziose che lo ha accompagnato tante volte nelle sue arrampicate, il vento delle sue amate Dolomiti.

Ed allora Dino capisce che veramente tutto si è compiuto, se anche le sue più vecchie, care amiche, le sue montagne, se anche loro hanno inviato la loro voce a salutarlo.
E così felice, solo un po’ commosso, per nulla spaventato, finalmente Dino s’abbandona, sorridendo, all’eternità, eternità nera. O di Luce?

*  *  * * *

Dino Buzzati muore a Milano il 28 gennaio 1972, mentre una tempesta di neve scuote la città.
Avevo scritto questo brevissimo racconto nel 1999 (o forse anche prima), mi è sembrata una buona idea ritirarlo fuori dal cassetto, come minuscolo omaggio per il quarantennale della scomparsa di uno dei più grandi scrittori, giornalisti e pittori che l’Italia abbia dato.
Ah, “l’eternità nera o di luce” è dal Poema a Fumetti (1969), una delle vette più elevate della poetica buzzatiana.

(foto di Giorgio Cara/AF/StudioMacro)

Due ragioni

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 gennaio 2012 by Giorgio Cara

Due ragioni per un nuovo Blog.

Mai come oggi è vero quello che qualcuno, di ogni era cui apparteneva, ebbe a dire: sono questi tempi terribili.
Tempi, quelli d’oggi, nei quali davvero ci si può smarrire nella mole di informazioni che ci scorre davanti agli occhi e ci tenta continuamente, in particolare nel mondo digitale con il suo Web 2.0.  Sono cose note: esiste un vero e proprio eccesso di informazioni, che – secondo alcuni – può condurre la nostra mente a non riuscire più ad  elaborarle. Il notissimo Marshall McLuhan ebbe poi a sostenere che “In presenza di un eccesso di informazioni, la gente ricorre immediatamente a modelli precostituiti per strutturare la propria esperienza“.

Allora, forse, anche la familiare figura di un Blog può rappresentare un minuscolo modello d’ordine in un mondo di caos, un granellino di sabbia che non scorre via dalle nostre mani vittima della spietata onda del mare (per citare Un sogno dentro un sogno di E. A. Poe).

Sperduti come granelli di sabbia, un solo ed unico impegno ci può guidare, quello della conoscenza. E’ perciò fondamentale che ognuno di noi collabori per portare avanti, nelle sue piccole o grandi (per me piccolissime) possibilità, col suo impegno, il testimone di questa conoscenza, condividendolo.

Ed arriviamo quindi ai motivi (come ho detto non sono molti, solo due) per questo Blog e alla ragione del suo titolo.

Scrivere. Lo scrivere. Com’è difficile, per molti. Basta guardarsi in giro: mai come oggi siamo davanti ad una tastiera per tutto, o quasi. Ho letto da qualche parte che l’italiano medio passa otto ore al giorno connesso a questo o quel sito. Soprattutto quello, di sito. Non facciamo nomi.
Eppure, sembra che la tastiera venga prioritariamente usata per esprimere pensieri, opinioni, sentimenti destinati purtroppo a disperdersi nel tempo (come lacrime nella pioggia, avrebbe detto Roy Batty di Blade Runner); insomma, fatui.
Se scrivere qualcosa oggi è facile, insomma, non altrettanto lo è farlo per esprimere qualcosa di duraturo; è un qualcosa che può assumere forme varie, alcune più ricche ed operose d’altre. Può solleticare la vanità. Può essere un imperio, un’esigenza interiore che – nei migliori dei casi – produrrà un risultato artistico. Scrivere può divenire, per altri, terapeutico; quantomeno sarà meno caro di una seduta dallo psicoanalista. Non parliamo poi di un ciclo di cura.

E poi, se scrivere è a volte difficile, non più facile sembra sia il suo sbocco per così dire naturale, il leggere. Siamo un popolo che non legge, anche qui le statistiche sono desolanti, ma chiarissime. Si acquistano in media pochi, mi sembra addirittura pochissimi (due?) libri a testa ogni anno, probabilmente per regalarli. Libri che forse non verranno neppure letti.
Ma se non si legge, come si può pretendere di scrivere manifestando il proprio pensiero in qualcosa di più complesso della lista della spesa? Non a caso grande successo ottengono oggi i bottoni “Mi piace”, semplificazione massima del giudizio su una qualsiasi produzione, non solo testuale purtroppo. Temo che queste cose, a lungo andare, comprometteranno la stessa capacità di giudicare, riducendo il tempo attuale ad amare o detestare, full black o immacolato bianco, megagalattico od abissale.

Sto divagando. E’ che leggere non è affatto facile. Perché occorre capacità di scelta, gusto, concentrazione,  e intelligenza del testo; leggere è più difficile che andare al cinema, è faticoso, alle volte sembra impossibile. Ho lasciato M. Proust e la sua Ricerca alla fine del primo capitolo, alla tazza del tè con i biscotti madeleine; e Sein und Zeit di M. Heidegger non ha avuto miglior sorte (primissime pagine); non ho mai finito neppure il Viaggio al termine della notte di L. F. Céline.
Per i film, al massimo, mi sono addormentato. Ma poi mi sono fatto raccontare il finale (un mio amico aveva quest’abitudine anche per i film porno).
Ve lo immaginate, farsi raccontare come procede da un punto in poi, come finisce un libro?

Giacomo Casanova fuggì nel 1756 dai Piombi, la famigerata prigione di Venezia (benché non la più terribile). Anni dopo, in giro per l’Europa come avventuriero, in buona parte grazie alla sua rocambolesca evasione che aveva narrato  in un vivace racconto, si sentiva chiedere da ogni parte il resoconto di quella memorabile esperienza. Una volta glielo chiese addirittura una testa coronata, forse addirittura Federico II di Prussia, al che serafico Casanova rispose (cito a memoria):
“Volentieri. Maestà, ma Vi avverto, ci vorranno almeno due ore.”
“Non è possibile”, replicò il sovrano, “non ho tempo. Raccontatemi ordunque tutto in quindici minuti, è il massimo che posso degnarmi di concedervi.”
“Maestà, non ce la faccio.”
“Ma che dite? Tanto per cominciare, ditemi per quale ragione eravate finito in prigione.”
“Ecco, appunto, per raccontarVi quello ci metterei appunto quindici minuti, ed altrettanti per narrarVi le circostanze del mio arresto, e venti per descrivere il mio ingresso sotto i Piombi. Per arrivare alla fuga, quindi, occorreranno almeno due ore.”
Ci racconta Casanova che Sua Maestà convenne a questo punto che lui, Giacomo Girolamo Casanova, aveva ragione. E rinunciò a farsi raccontare la storia della famosa fuga.

Ma quelli erano altri tempi, in cui anche un celebre avventuriero si svegliava,  pranzava e faceva persino l’amore discorrendo di arte, letteratura e filosofia – e pure Socrate, il padre del discorso dialettico, a quanto ci raccontano, soleva passare le sue sere con amici (alcuni dei quali decisamente di bell’aspetto) filosofeggiando e banchettando allo stesso tempo, sino a che la sua celebre, bisbetica moglie, Santippe, non andava a raccoglierlo la mattina dopo, quando era, chissà, impegnato ancora a discettare di filosofia con Agatone e pochi altri fedeli. Povera donna, Santippe, doveva pensare ad una Confraternita del Chianti di John Fante ante litteram

Il dialogare. Dialogare è importante, ce lo ricordano i dialogatori professionisti che, nelle nostre città, ci fermano simpaticamente per chiedere una firma e, subito dopo, il codice IBAN della nostra banca, il tutto – per carità – per cause che sono, per loro, sempre buone ed ottime. Ma è importantissimo per mantenere accesa – in questi tempi terribili ecc. 🙂 – la fiamma del sapere; è una fiammella piccola, che ognuno di noi ha in sé; nelle menti più geniali è piuttosto un incendio interiore, che si propaga a tutto quello che c’è intorno, spesso divora il mondo intero, e tutti noi ci abbeveriamo ogni giorno, alla luce ed al calor bianco di qualcuno di questi sommi. E possiamo, nel nostro piccolo, propagare quella luce e quel calore. Discutendo, dialogando, discettando, scambiandoci opinioni e criticando. La critica non è quasi mai inutile, se non è fatta per insultare. Ma anche qui, serve a qualificare la personalità che la esprime; viene alla mente lo J. L. Borges del trattatello del 1933, imperdibile come quasi tutto Borges, Arte dell’insulto. Che si chiude con la memorabile frase di Michele Serveto ai giudici che lo avevano condannato al rogo: “Brucerò, ma questo è soltanto un fatto. Continueremo a discutere nell’eternità”.

Questo Blog, Il Dialogo Probabilmente, è allora un tentativo di scrivere qualcosa utile a propagare un po’ di quella luce che,  anche in tempi come questi, illumina il mondo. E di dialogarci sopra.
Ho preso a parziale prestito il titolo del film di Robert Bresson del 1977 Il diavolo probabilmente, uno delle opere più lucide e disincantate della sua generazione, che parla di un gruppo di amici che si preoccupano, con l’ardore della giovinezza tipico di quelle stagioni irripetibili, di temi come l’inquinamento, l’ecologia, il futuro del mondo, credendo che si possa e si debba cambiare lo stato delle cose. Ma è soprattutto la storia di Charles, uno di loro, che disilluso da tutto e da tutti, pianificherà sin nei minimi dettagli, filosoficamente, la sua uscita di scena. Ma…
Recitato dagli attori come se stessero leggendo un saggio, è un capolavoro di cui propongo, a mo’ di commiato, un brevissimo estratto (che, N.B., non è un trailer e non contiene musica, né questo è un sito commerciale 🙂 ) da una memorabile, corale, scena che peraltro dà al film il suo inquietante titolo:


Un cordiale saluto di benvenuto, allora, a chi passerà da queste parti.

(foto di Giorgio Cara/AF/StudioMacro)